La serie reality che riprende in chiave moderna gli esperimenti condotti a Stanford nel 1971 da Philip Zimbardo.
Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.
Indice dei contenuti
Di cosa parla la serie
Una porta blindata si chiude, le divise stabiliscono chi comanda e chi deve obbedire. Da una parte ci sono le guardie, dall’altra i detenuti, in un carcere dove le regole sembrano sufficienti a cambiare i rapporti tra le persone. Questa volta, però, non siamo negli anni Settanta e a osservare quello che accade non c’è soltanto un gruppo di ricercatori: c’è anche il pubblico di Netflix.
La serie Il nuovo esperimento carcerario di Stanford è strutturata come un reality show: trenta partecipanti volontari, di cui 22 nel ruolo di detenuti e 8 come guardie, vivono per due settimane all’interno una sezione dismessa del carcere Adult Detention Center, in Georgia. La serie vuole riprendere e rileggere in chiave moderna il controverso studio psicologico condotto dallo psicologo Philip Zimbardo nel 1971, nel carcere di Stanford.
Lo scopo dell’esperimento di Zimbardo era dimostrare che le forze situazionali e i ruoli sociali possono influenzare profondamente il comportamento umano, portando persone comuni a compiere atti estremi. L’obiettivo della serie è rileggere l’esperimento, per osservare come le persone comuni reagiscono quando si trovano improvvisamente a esercitare o a subire l’autorità.
A differenza dell’esperimento originale del 1971, interrotto dopo pochi giorni a causa di gravi violenze e crolli emotivi, la versione moderna della serie reality introduce rigidi controlli etici. Con la supervisione costante da parte di esperti, tra cui psicologi e professionisti del settore penitenziario, e garanzie assenti nel famigerato test di Zimbardo.
La domanda di partenza è quella che accompagnò anche la ricerca originaria: il potere corrompe? Oppure una persona può mantenere i propri principi anche quando si trova in una posizione che le consente di controllare gli altri?
Dove vederlo
Il nuovo esperimento carcerario di Stanford, la serie reality che replica il controverso esperimento di Zimbardo del 1971, dal 21 ottobre 2026 è disponibile per la visione su Netflix.
Il cast de Il nuovo esperimento carcerario di Stanford
Il cast del reality è composto da trenta volontari comuni, uomini e donne senza esperienza di recitazione, divisi casualmente tra guardie e prigionieri.
Tra i detenuti spicca Larry Foy, soprannominato “Scary Larry”. La sua presenza introduce un elemento di forte impatto psicologico, poiché l’uomo ha realmente trascorso oltre trecento giorni in carcere prima di diventare un attivista per la riforma del sistema giudiziario.
Le reazioni del gruppo sono monitorate da tre esperti: la psicologa di Harvard Alison Wood Brooks, il giornalista premio Pulitzer Trymaine Lee e l’ex professionista penitenziario Michael Cantrell. Il team osserva come i ruoli trasformino rapidamente i concorrenti, scatenando tensioni che spingono alcuni di loro al ritiro anticipato.
L’esperimento del 1971
Nell’estate del 1971 Philip Zimbardo, professore di psicologia alla Stanford University, reclutò 24 studenti universitari per studiare gli effetti del potere e delle dinamiche carcerarie sul comportamento individuale.
Nel seminterrato del dipartimento di psicologia si allestì una prigione simulata, con i partecipanti assegnati casualmente al ruolo di guardie o detenuti.
Lo studio, finanziato dall’Ufficio statunitense per la ricerca navale, avrebbe dovuto durare due settimane. Zimbardo voleva capire se le condizioni ambientali, i ruoli e la separazione tra chi impartisce ordini e chi deve obbedire potessero spingere persone comuni a comportarsi in modi che, al di fuori di quella situazione, avrebbero considerato inaccettabili.
Al secondo giorno i detenuti organizzarono una protesta, barricandosi nelle celle, e le guardie reagirono usando estintori contro di loro, imponendo punizioni sempre più umilianti. Alcuni partecipanti manifestarono un forte disagio psicologico e dovettero abbandonare lo studio. La ricerca venne interrotta dopo appena sei giorni.
Per anni l’esperimento di Zimbardo è stato presentato come una dimostrazione dell’influenza delle situazioni sul comportamento individuale. Nel tempo sono emerse, però, critiche sulla metodologia, sull’interpretazione dei risultati e sulle condizioni in cui venne condotto.
Uno dei punti più controversi riguarda le istruzioni ricevute dalle guardie. Secondo le analisi successive, i ricercatori avrebbero contribuito a suggerire quale comportamento ci si aspettasse da loro. Il rischio è che i partecipanti abbiano finito per assecondare, almeno in parte, le aspettative degli studiosi anziché reagire spontaneamente alla situazione.
Le differenze della serie Netflix
La versione Netflix dell’esperimento nasce anche dalla consapevolezza dei problemi emersi nel 1971. Secondo quanto dichiarato dai produttori Jane Lipsitz e Dan Cutforth a Variety e a Netflix Tudum, i volontari si sono sottoposti a valutazioni psicologiche preliminari e hanno prestato il proprio consenso informato.
Durante l’esperimento erano disponibili psicologi e personale medico 24 ore su 24, oltre a una parola di sicurezza, “pineapple”, per interrompere l’esperienza o chiedere di parlare con uno psicologo o un produttore.
Tuttavia, i produttori hanno confermato che sei partecipanti hanno abbandonato il programma. Hanno spiegato che l’esperienza si è rivelata per loro troppo impegnativa, anche per l’impatto iniziale con la struttura carceraria e le urla provenienti dalle aree in cui si trovavano i detenuti reali.
Inoltre, nel 1971 i volontari partecipavano ad uno studio psicologico, mentre oggi sanno di essere protagonisti di una serie destinata a Netflix. Nel reality raccontano le proprie impressioni attraverso interviste individuali e diventano personaggi di una storia costruita, anche attraverso il montaggio.






