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Crans-Montana e il Brasile: una serie tv Netflix su una notte di festa finita in tragedia

Due Paesi profondamente diversi ma una dinamica del tutto simile li accomuna: ecco cosa racconta la serie Netflix.

La musica, il conto alla rovescia, la folla ammassata per festeggiare. Poi il fumo, le fiamme, il panico. Quanto accaduto nella notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, ha riportato alla memoria un’altra tragedia che aveva sconvolto il mondo poco più di 10 anni fa: l’incendio della discoteca Kiss a Santa Maria, in Brasile, nel 2013.

Due Paesi diversi, due contesti lontani, ma una dinamica tragicamente simile. In entrambi i casi, un locale affollato, giovani riuniti per divertirsi, l’uso di effetti pirotecnici in uno spazio chiuso, materiali infiammabili e vie di fuga inadeguate. E, soprattutto, una catena di valutazioni errate che ha trasformato una festa in una strage.

Mentre in Svizzera si indaga sulle responsabilità legate alla sicurezza del locale di Crans-Montana, l’attenzione di molti si è spostata su una miniserie Netflix tornata improvvisamente attuale, perché racconta una storia che, oggi, suona fin troppo familiare.

La storia vera dietro “La notte che non passerà” tra dolore e responsabilità

La serie Netflix La notte che non passerà (titolo originale Todo Dia a Mesma Noite) è una produzione brasiliana ispirata al libro della giornalista Daniela Arbex. Ricostruisce una delle più gravi tragedie avvenute in America Latina negli ultimi decenni.

La notte tra il 26 e il 27 gennaio 2013, nella città di Santa Maria, nello Stato del Rio Grande do Sul, un incendio divampò all’interno della discoteca Kiss durante il concerto di una band dal vivo. Alcuni fuochi d’artificio utilizzati sul palco colpirono il soffitto rivestito di materiale altamente infiammabile. In pochi minuti, fumo tossico e fiamme hanno invaso il locale.

All’interno si trovavano circa duemila persone. L’unica uscita risultò insufficiente, causando una calca mortale. Il bilancio finale fu devastante: 245 morti e oltre 600 feriti, in gran parte giovani universitari.

La notte che non passerà non è solo la cronaca di un incendio. La miniserie, articolata in cinque episodi, alterna diversi punti di vista: quello delle vittime, dei sopravvissuti, dei familiari, dei soccorritori e delle autorità. Al centro del racconto non c’è lo spettacolo della tragedia, ma il suo impatto umano e sociale.

La narrazione mostra come una lunga serie di negligenze, controlli mancati, autorizzazioni discutibili, scelte sbagliate nella gestione del locale, abbia contribuito a creare una trappola mortale.

La serie segue anche il percorso giudiziario successivo, fatto di processi, assoluzioni, nuove condanne e di una ferita collettiva che, per molte famiglie, non si è mai rimarginata. Quattro persone (i due gestori della discoteca e due membri della band), sono stati accusati di omicidio colposo. 

Perché oggi questa storia torna a far discutere?

Il parallelo con Crans-Montana è inevitabile. Anche in Svizzera, secondo le prime ricostruzioni, l’incendio sarebbe stato innescato da fontane pirotecniche utilizzate in un ambiente chiuso, con problemi legati ai materiali del soffitto e alla gestione delle uscite di sicurezza.

La serie Netflix, oggi, diventa quindi più di un racconto del passato: è un monito. Mostra cosa accade quando la sicurezza viene considerata un dettaglio e non una priorità assoluta. E ricorda che dietro ogni numero, dietro ogni statistica, ci sono volti, famiglie e vite spezzate.

Guardare La notte che non passerà dopo quanto accaduto a Crans-Montana significa confrontarsi con una verità scomoda. Alcune tragedie si ripetono perché le lezioni del passato non vengono mai davvero ascoltate.

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