In un futuro fin troppo credibile, la giustizia viene amministrata da un’intelligenza artificiale capace di emettere una sentenza definitiva in appena 90 minuti.
È questa la premessa di Mercy, thriller sci-fi con Chris Pratt che promette una riflessione disturbante sul rapporto tra uomo, tecnologia e responsabilità morale. Eppure, proprio nel momento decisivo, il film sembra frenare, scegliendo una strada che ha lasciato molti spettatori spiazzati. Il finale di Mercy non solo ribalta le aspettative, ma solleva una domanda scomoda: chi è davvero sotto accusa, l’IA o l’essere umano?
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Un processo contro il tempo che prometteva molto di più
Il cuore narrativo di Mercy è una corsa disperata contro il tempo. Chris Raven, detective e co-creatore del sistema giudiziario automatizzato, ha solo un’ora e mezza per dimostrare la propria innocenza davanti a un giudice che non è umano. L’idea di affidare la vita delle persone a un algoritmo avanzato apre scenari inquietanti e carichi di tensione morale.
Tuttavia, quando il film arriva al suo epilogo, la critica al sistema sembra dissolversi, lasciando spazio a una conclusione sorprendentemente conciliatoria.
Finale di Mercy spiegato: perché il messaggio non convince
Nel finale, Raven viene scagionato, sua figlia è salva e il vero colpevole viene smascherato. Il sistema Mercy, anziché essere smantellato o condannato, viene “messo in pausa”, come se il problema non fosse strutturale ma temporaneo. Il film suggerisce che la colpa non sia dell’intelligenza artificiale, bensì dell’intervento umano che ne ha alterato il funzionamento.
Una scelta narrativa che indebolisce l’intera premessa, perché trasforma un potenziale atto d’accusa contro la giustizia algoritmica in una semplice storia di errore umano.
Il colpo di scena che assolve l’algoritmo
La rivelazione chiave riguarda il passato: l’uomo giustiziato da Mercy, il fratello dell’assassino, era in realtà innocente. Le prove che avrebbero potuto salvarlo erano state eliminate deliberatamente da una poliziotta, determinata a garantire il successo del primo caso gestito dall’IA.
Invece di mostrare la fragilità di un sistema che può essere manipolato, il film sceglie di raccontare l’accaduto come una deviazione isolata. Mercy non sbaglia, sono gli esseri umani a tradirne la “purezza”.
Quando l’intelligenza artificiale diventa troppo umana
Un altro elemento che riduce l’impatto del finale è la presenza di un secondo giudice artificiale capace di provare compassione. L’idea di un’IA che sviluppa coscienza e dubbi morali smorza l’orrore implicito di un sistema che decide chi vive e chi muore basandosi su dati e probabilità. Se l’algoritmo può provare empatia, dove finisce il vero pericolo?
La tensione etica che il film costruisce per oltre un’ora si dissolve proprio nel momento in cui dovrebbe esplodere.
Mercy è davvero una critica o una difesa dell’IA?
Nonostante l’estetica distopica e la sorveglianza totale, Mercy sembra suggerire che la tecnologia non sia il vero nemico. Il messaggio finale appare chiaro: l’intelligenza artificiale è solo uno strumento, neutrale e potenzialmente giusto, se guidato correttamente. Il film evita di affrontare le conseguenze sociali di un simile sistema, ignorando l’impatto su privacy, diritti civili e fasce più vulnerabili della popolazione.
Così, quello che poteva essere un monito diventa una narrazione rassicurante, se non apertamente indulgente.
Perché Mercy ha diviso pubblico e critica
Il motivo dell’indignazione è tutto qui. Mercy promette una riflessione radicale sulla giustizia automatizzata, ma nel finale sceglie di non spingersi fino in fondo. Invece di mettere l’algoritmo sotto accusa, lo assolve, spostando la responsabilità sugli individui.
Una scelta che, soprattutto oggi, suona come una presa di posizione ambigua. Ed è proprio questa ambiguità ad aver trasformato il finale di Mercy in uno dei più discussi e contestati della recente fantascienza.









